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In sintesi

  • I quit volontari sono calati dal 43.3% al 38.5% in un solo anno, segnando la fine della Great Resignation
  • L’incertezza economica globale ha ridotto la propensione al rischio dei lavoratori italiani
  • Il fenomeno del quiet cracking sta sostituendo le dimissioni di massa con un disimpegno silenzioso
  • Le aziende devono interpretare questa stabilità apparente come un’opportunità per ripensare le politiche di retention

Nel 2022 parlavamo di Great Resignation come del fenomeno che avrebbe ridefinito per sempre il rapporto tra aziende e dipendenti. Oggi, a distanza di due anni, i numeri raccontano una storia diversa. Il great stay mercato lavoro italiano mostra segnali inequivocabili: i lavoratori hanno smesso di dimettersi in massa.

Ma questa apparente stabilità nasconde dinamiche più complesse. Se da un lato le dimissioni volontarie sono scese dal 43.3% del 2023 al 38.5% del 2024, dall’altro emergono nuove forme di disimpegno che minacciano la produttività aziendale in modo più subdolo.

Per i manager italiani, comprendere questo passaggio dalla fuga al restare significa ripensare completamente le strategie di gestione del personale. Non basta più trattenere i talenti: serve capire perché restano e a quale prezzo.

Great Resignation: anatomia di un fenomeno che sembrava inarrestabile

La Great Resignation ha colpito l’Italia con numeri impressionanti. Nel solo 2022, secondo i dati INPS, oltre 2,2 milioni di italiani hanno lasciato volontariamente il proprio posto di lavoro. Un’ondata senza precedenti che ha costretto le aziende a rivedere tutto: stipendi, benefit, modalità di lavoro.

Le motivazioni erano chiare: ricerca di maggiore equilibrio vita-lavoro (62%), insoddisfazione salariale (54%), mancanza di opportunità di crescita (48%). I settori più colpiti? Hospitality, retail e servizi, con picchi di turnover che superavano il 30% annuo.

Ma il vero cambiamento era culturale. Per la prima volta nella storia del great stay mercato lavoro italiano, i dipendenti mettevano il benessere personale davanti alla sicurezza del posto fisso. Un tabù infranto che sembrava irreversibile.

Le aziende hanno risposto come potevano: aumenti salariali del 15-20%, smart working permanente, settimane corte. Eppure, qualcosa non tornava. I costi di recruitment sono esplosi, raggiungendo in media 5.000 euro per ogni nuova assunzione nel settore tech, mentre la retention rimaneva un problema irrisolto.

Il turnover dipendenti oggi: dai numeri emerge una nuova realtà

I dati del 2024 fotografano un mercato del lavoro profondamente mutato. Il turnover dipendenti volontario è sceso di quasi 5 punti percentuali in un solo anno. Ma cosa ha causato questo cambio di rotta così repentino?

Secondo l’ultimo rapporto Randstad Workmonitor, il 71% dei lavoratori italiani dichiara di non voler cambiare lavoro nei prossimi 6 mesi, contro il 52% del 2023. L’inflazione al 5,4% e il rallentamento economico hanno riportato la sicurezza del posto al centro delle priorità.

Ma c’è di più. Il mercato si è saturato. Le posizioni aperte nel tech sono diminuite del 38% rispetto al 2022, mentre nel manifatturiero la contrazione è stata del 22%. Chi ha cambiato lavoro durante la Great Resignation ora scopre che l’erba del vicino non sempre è più verde.

Un dirigente HR di una multinazionale milanese mi confida: “Vediamo sempre più boomerang employees, persone che tornano dopo 6-12 mesi. Hanno scoperto che i problemi sono ovunque, ma almeno qui conoscono il diavolo con cui hanno a che fare.”

Il great stay mercato lavoro attuale riflette questa nuova consapevolezza. Le dimissioni ci sono ancora, ma sono più ponderate, meno impulsive. Il problema? I dipendenti restano, ma non necessariamente sono coinvolti.

Quiet Cracking: quando restare non significa essere presenti

Ed è qui che emerge il fenomeno più insidioso. Se la Great Resignation era un grido di protesta visibile e misurabile, il disengagement silenzioso è un veleno che agisce nell’ombra.

I dipendenti restano fisicamente in azienda ma si ritirano emotivamente. Fanno il minimo indispensabile, evitano responsabilità extra, non partecipano attivamente. Gallup stima che il 68% dei lavoratori europei sia “non engaged”, con costi di produttività che superano i 450 miliardi di euro annui.

Nel contesto del great stay mercato lavoro italiano, questo si traduce in aziende apparentemente stabili ma profondamente fragili. Il turnover basso maschera un problema più grave: team demotivati che sopravvivono invece di prosperare.

Un’azienda manifatturiera di Brescia ha scoperto che, nonostante il turnover fosse sceso al 5%, la produttività per dipendente era calata del 12% in un anno. La diagnosi? Quiet cracking diffuso, con il 40% del personale che dichiarava di “fare solo il necessario per non essere licenziato”.

I segnali da non sottovalutare

Riconoscere il quiet cracking richiede attenzione ai dettagli:

  • Calo delle proposte innovative da parte del team
  • Riduzione della partecipazione volontaria a progetti extra
  • Aumento delle assenze per malattia brevi ma frequenti
  • Diminuzione delle interazioni informali tra colleghi
  • Resistenza passiva ai cambiamenti organizzativi

Strategie manageriali per il nuovo scenario: oltre la retention tradizionale

In questo nuovo great stay mercato lavoro, trattenere i dipendenti non basta più. Serve riaccendere la scintilla del coinvolgimento. Ma come?

Prima di tutto, abbandonate l’illusione che la stabilità numerica equivalga a salute organizzativa. Un team che non si dimette ma nemmeno si impegna è una bomba a orologeria per la competitività aziendale.

Le aziende che stanno navigando meglio questa transizione hanno capito che servono interventi chirurgici, non cerotti. Una PMI veneta del settore moda ha implementato un sistema di “career conversations” trimestrali, dove ogni dipendente discute apertamente aspirazioni e frustrazioni con il proprio manager. Risultato? Engagement score aumentato del 23% in 8 mesi.

Ripensare il patto psicologico

Il vecchio scambio “sicurezza contro fedeltà” è morto con la pandemia. Il nuovo patto deve basarsi su:

  • Trasparenza radicale sulle prospettive aziendali e individuali
  • Flessibilità vera, non solo smart working due giorni a settimana
  • Investimenti in formazione che vadano oltre il job specifico
  • Riconoscimento del contributo individuale in modo tangibile e frequente

Un’azienda tech di Milano ha introdotto il “10% time”: ogni dipendente può dedicare il 10% del tempo lavorativo a progetti personali che potrebbero beneficiare l’azienda. Non è Google, ma l’idea funziona anche per una PMI di 50 persone.

Il futuro del turnover dipendenti: scenari e prospettive per il 2025

Guardando avanti, il turnover dipendenti rimarrà probabilmente stabile nei prossimi 12-18 mesi. Ma questa stabilità superficiale nasconde correnti sotterranee che potrebbero esplodere improvvisamente.

L’intelligenza artificiale sta già ridefinendo interi settori. McKinsey prevede che il 30% dei task attuali sarà automatizzato entro il 2030. In questo contesto, i lavoratori che oggi “restano” per paura potrebbero trovarsi costretti a muoversi per necessità.

Allo stesso tempo, la demografia gioca contro le aziende. Con 150.000 lavoratori in meno ogni anno per il calo delle nascite, il potere negoziale tornerà presto ai dipendenti. Chi oggi accetta condizioni subottimali per sicurezza, domani potrebbe avere molte più opzioni.

Le aziende lungimiranti stanno già preparando il terreno. Investono in employer branding autentico, non in campagne marketing. Costruiscono culture aziendali che attraggono naturalmente i talenti, invece di doverli comprare a peso d’oro.

Immaginate di trovarvi tra 18 mesi con un mercato del lavoro di nuovo effervescente, ma con un team demotivato dal quiet cracking di oggi. Quanto vi costerà ricostruire engagement e fiducia? Molto più di quanto costerebbe agire ora.

La vera domanda non è se i vostri dipendenti resteranno. È: quando il mercato ripartirà, avrete ancora un team che vale la pena trattenere?

Conclusione

Il passaggio dalla Great Resignation al Great Stay rappresenta molto più di un cambio di tendenza nel great stay mercato lavoro. È un momento di riflessione forzata per le organizzazioni italiane.

I numeri ci dicono che i dipendenti restano, ma l’esperienza sul campo rivela una realtà più complessa. La stabilità apparente nasconde tensioni che, se ignorate, possono compromettere la competitività aziendale più di qualsiasi ondata di dimissioni.

Per i manager, la sfida non è più solo trattenere i talenti, ma risvegliare il potenziale di chi è rimasto. Questo richiede coraggio per affrontare conversazioni difficili, creatività per ripensare il lavoro, e umiltà per ammettere che il vecchio playbook non funziona più.

Il quiet cracking è il sintomo, non la malattia. Affrontarlo significa andare oltre le metriche di turnover e guardare negli occhi i propri collaboratori. Solo così potrete capire se state costruendo un’organizzazione resiliente o vi state illudendo con numeri rassicuranti ma vuoti.

Per approfondire come identificare e contrastare il disengagement silenzioso nella vostra organizzazione, vi consiglio di esplorare le strategie pratiche per combattere il quiet cracking prima che comprometta definitivamente la produttività del vostro team.

FAQ

Quanto è durata la Great Resignation in Italia?

La Great Resignation in Italia ha avuto il suo picco tra il 2021 e il 2023, con oltre 2,2 milioni di dimissioni volontarie nel solo 2022. Dal 2024 il fenomeno si è sostanzialmente arrestato, con un calo delle dimissioni volontarie dal 43.3% al 38.5%.

Quali settori sono più colpiti dal fenomeno del Great Stay?

I settori tech, finance e manifatturiero mostrano i tassi di “permanenza forzata” più alti, con dipendenti che restano per mancanza di alternative nonostante l’insoddisfazione. L’hospitality e il retail mantengono invece turnover più elevati.

Come si calcola il vero costo del turnover dipendenti?

Il costo del turnover include recruitment (15-20% del RAL), onboarding (3-6 mesi di produttività ridotta), formazione e perdita di know-how. Per una posizione mid-level, si stima un costo totale pari a 1,5-2 volte lo stipendio annuo.

Il quiet cracking è reversibile?

Sì, ma richiede interventi mirati. Le aziende che hanno invertito il trend hanno investito in comunicazione trasparente, ridefinizione dei ruoli, formazione manageriale e sistemi di riconoscimento più frequenti. Il recupero richiede mediamente 6-12 mesi.

Quali sono i KPI per monitorare il Great Stay nella mia azienda?

Oltre al turnover rate, monitorate: employee Net Promoter Score, tasso di partecipazione a iniziative volontarie, numero di candidature interne per ruoli aperti, frequenza delle assenze brevi, e productivity metrics specifici per ruolo.

La Great Resignation tornerà con la ripresa economica?

Probabilmente non con la stessa intensità. I lavoratori sono più cauti e le aziende più preparate. Tuttavia, con la ripresa economica e il calo demografico, il potere negoziale tornerà ai dipendenti, rendendo cruciale agire ora sul coinvolgimento.

Come distinguere tra normale turnover e segnali di Great Resignation?

Il turnover fisiologico è del 10-15% annuo. Segnali di allarme includono: dimissioni concentrate in team specifici, perdita di high performer, dimissioni senza nuovo lavoro già trovato, e feedback negativi consistenti nelle exit interview.

Quali sono le alternative al turnover per dipendenti insoddisfatti?

Internal mobility, job crafting (ridefinizione del ruolo), progetti speciali, formazione per cambio carriera, sabbatical, o passaggio a part-time. Offrire alternative prima che il dipendente cerchi altrove può prevenire dimissioni costose.

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